lunedì 23 gennaio 2012

Liberalizzazioni, il governo vuole abolire il valore legale del titolo di studio

Liberalizzazioni, il governo vuole abolire il valore legale del titolo di studio:

Liberalizzazioni, il governo vuole abolire il valore legale del titolo di studio
La questione verrà discussa nel Consiglio dei ministri in programma venerdì prossimo.








Il valore legale del titolo di laurea sarà oggetto di discussione del Consiglio dei ministri che si riunirà venerdì prossimo. Secondo le indiscrezioni circolate in questi giorni, i punti chiave del provvedimento che l’esecutivo si appresta a varare sono tre:
peso del titolo di studio nei concorsi pubblici, 
revisione del criterio legato al voto di laurea, 
diverso accreditamento delle singole università.

In quanto al primo punto, dovrebbe venire meno il vincolo del tipo di laurea per la partecipazione ai concorsi pubblici. In sostanza, a parte le eccezioni tecniche legate alla necessità di particolari competenze, per partecipare a un concorso pubblico sarà sufficiente qualsiasi tipo di laurea. Dunque, conteranno molto di più le capacità di cui il candidato avrà dato prova nell’ambito della prova concorsuale.

Il voto di laurea, inoltre, non dovrebbe più fare parte degli elementi che concorrono alla formazione del punteggio. Infine, le università non verranno più considerate tutte sullo stesso piano. Nelle bozze del provvedimento allo studio dell’esecutivo si parla infatti dell’introduzione di un “diverso apprezzamento” dei singoli atenei.

Il provvedimento è stato già discusso in maniera informale
dal presidente del Consiglio Mario Monti insieme al ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, il ministro della Giustizia Paola Severino, il ministro dell’Istruzione Filippo Patroni Griffi e il ministro dei Beni culturali Lorenzo Ornaghi.

Positiva la reazione di Confindustria, per la quale “non si può non essere d’accordo “ con un provvedimento che “va di sicuro nella direzione di una vera liberalizzazione”. Confindustria, pur riponendo fiducia nell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, fa notare che il governo deve impegnarsi anche a tutelare “il consumatore di formazione”.

“Nel settore privato non cambierà molto – sottolinea Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli – è del tutto ovvio che un capo del personale di una qualsiasi azienda assume valutando i pro e i contro delle caratteristiche dei candidati, indipendentemente dalla laurea e dal suo stesso punteggio”.

“Detto questo – prosegue Gavosto – se davvero il Consiglio dei ministri varasse un provvedimento del genere, si stabilirebbe un principio sacrosanto anche per la pubblica amministrazione. Cioè la possibilità di accedere per le competenze acquisite dalla singola persona e non solo in base al famoso ‘pezzo di carta’. Mi sembra molto giusta la prospettiva di rimuovere, per esempio, il blocco del tipo laurea per accedere alle professioni della pubblica amministrazione”.

Contro l’abitudine italiana di affidarsi esclusivamente ai numeri nella valutazione dei candidati ai concorsi pubblici si scaglia anche Attilio Oliva, presidente di TreLLLe, per il quale “l' ossessione dell' oggettività uguale equità si trasforma in un inno alla deresponsabilizzazione di chi è chiamato a scegliere, a selezionare”.

“Il punteggio – aggiunge Oliva – diventa l' unico elemento amministrativo-burocratico di certezza. Mentre è del tutto evidente che il valore delle singole lauree dipende soprattutto dalla qualità e dalla serietà dell' ateneo che le ha rilasciate. Insomma, la vera svolta si avrà quando, nella scelta dei migliori, anche nella pubblica amministrazione ci sarà una adeguata responsabilizzazione dei selezionatori. Magari dopo una discussione collettiva, arrivando a una sintesi”.

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